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Speciale 150 anni dalla nascita di Giacomo Puccini
Lirica del 12/08/2008 di Iacopo Lazzareschi Cervelli
CASTELNUOVO GARFAGNANA - La celebre soprano Paoletta Marrocu , una delle più interessanti voci liriche del nostro panorama nazionale, ha partecipato domenica 10 agosto scorso alla Serata omaggio a Giovanni Pascoli organizzata nel giardino della casa-museo di Castelvecchio dal Festival “ Il Serchio delle Muse ” in collaborazione con la Fondazione Pascoli.
E’ la prima volta che viene in Garfagnana?
P.M. Sì la Garfagnana è stata una bella scoperta, una terra magnifica piena di cose da visitare con un clima incredibile.
Partiamo da Lucca, il Teatro del Giglio ha visto i suoi primissimi successi nei ruoli di Norma e Wally nei primi anni ’90 e fra pochi mesi vedrà il suo debutto nei panni di Manon Lascaut, ci può anticipare qualcosa su come pensa di articolare questo personaggio?
P.M. Ovviamente mi devo ancora confrontare con il regista e direttore per definire come sarà la mia Manon. Posso dire che Manon Lescaut è l’opera perfetta di Giacomo Puccini, con un’integrazione impressionante fra testo, musica e sviluppo psicologico del personaggio: una donna che passa da bambina a donna adulta, che si trova costretta a scegliere fra miseria e lusso, che finisce a morire di stenti in una landa desolata americana, tutto questo si deve rispecchiare nella vocalità del personaggio per proporne un’interpretazione convincente. In quest’opera si apprezza particolarmente la sensibilità cinematografica di Puccini, un vero precursore della settima arte.
Anche la sua interpretazione di Turandot è stata caratterizzata da un approfondimento psicologico-vocale inedito volto a valorizzare il carattere di una principessa che è adolescente
P.M. Con Turandot ho avuto difficoltà, la non compiutezza della parte finale e risolutiva dell’opera (scritta da Alfano su brevi appunti di Puccini) non è un aspetto solo musicale ma pienamente psicologico del personaggio e pone grossi problemi alla sua vocalità. Ho voluto interpretare una Turandot accentuando e mettendo in risalto il carattere infantile: una bambina terrorizzata dalla sessualità, un carattere inquietante, una “serial killer”, spietata e dotata di una sensibilità crudele come possono avere solo certi adolescenti. Per questo ho voluto accentuare anche sul palco questa piccolezza chiedendo scarpe basse. Solo la ricerca della verità interna della storia può renderla credibile e creare le condizioni perché possa scattare l’immedesimazione del pubblico nel personaggio. E’ un meccanismo che ci consente di provare le emozioni e di ritrovarle nella memoria come quando le vivemmo la prima volta, un po’ come la “poetica del fanciullino”.
Nella sua carriera ha avuto modo di interpretare anche repertori più antichi come quando nel 1994 fu scelta da Riccardo Muti per Ottavia nell’Incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi, come ricorda quell’esperienza?
P.M. Non fu per me un’esperienza nuova essendomi cimentata nel repertorio barocco per sette anni, amo molto questi tipo di letteratura che mi ha consentito di esercitare duttilità e agilità vocale paradossalmente con maggiore libertà interpretativa; il repertorio lirico ('800 e ‘900) ha una tradizione molto rigida e si ha paura anche a proporre minimi cambiamenti.
Ho letto che non condivide classificazioni troppo dettagliate delle voci e la rigida ripartizione di ruoli fra soprano lirico spinto, soprano drammatico d’agilità ecc. Qual è la tendenza della lirica contemporanea?
P.M. La voce esiste da prima delle classificazioni, ogni voce è una cosa a sé, è irripetibile, l’impronta vocale se non compromessa da incidenti - è più longeva fedele e personalissima delle impronte digitali e dell’iride dell’occhio, quindi non si può generalizzare rigidamente e a priori incasellando tutto. La tendenza odierna vede favorita una vocalità più alleggerita rispetto al passato. Il mondo discografico valorizza voci più piccole che magari dal vivo non hanno un adeguato volume vocale. Un interprete poi paradossalmente si trova dal vivo a misurarsi con orchestre dal volume sonoro più grande e più acuto, mentre i prodotti discografici diffondono esecuzioni ritoccate, false e inarrivabili. E’ un gravissimo problema che può essere paragonato a quello che è avvenuto nel campo della fotografia pubblicitaria dove si esaltano modelli falsi e irraggiungibili causa nella società dell’aumento esponenziale dell’anoressia e della bulimia. C’è un gran bisogno di un ritorno alla genuinità, a prodotti a denominazione di origine controllata. Io stessa non voglio mai che le mie foto siano ritoccate.
Una delle sue interpretazioni di maggior successo è senza dubbio Lady Macbeth alla Scala con il famoso allestimento del gigantesco cubo di Graham Vick che occupava la scena. Come si pone davanti all’innovazione degli allestimenti, sono sempre funzionali alla resta complessiva?
P.M. Ho il pessimo difetto della sincerità, se una cosa non mi convince non la faccio. Siamo dei medium, siamo il tramite con cui un autore musicale rivive e dobbiamo fare tutto il possibile perché questo sia possibile nel migliore dei modi. Ci vuole sempre una grande disponibilità di pensiero collaborazione strettissima e comprensione reciproca fra cantante e regista per consentire di ottenere un ottimo risultato ed il pubblico se ne accorge. Come mi è capitato recentemente di sperimentare in un’opera impegnativa anche per il pubblico come Il Prigioniero di Dallapiccola, interpretata al Teatro alla Scala con la regia di Peter Stein. Il lavoro con Stein è stato appagante, è un uomo dalla di una potenza espressiva incredibile, un uomo che vede tutto; il risultato è stato apprezzato dal pubblico in modo davvero straordinario proprio grazie a questo lavoro di collaborazione così intensa e reciproca. Stein dopo tutto il lavoro fatto, quando siamo arrivati alla generale mi ha dimostrato tutta la sua fiducia dicendo: “fai quello che vuoi, fai quello che senti”
Il suo lavoro l’ha portata a collaborare con importanti istituzioni liriche straniere, quali sono le differenze con l’Italia, cosa possiamo esportare, cosa dobbiamo importare dagli altri?
P.M. L’interprete italiano ha ancora il vantaggio della lingua madre, l’italiano, la lingua dell’opera, uno straniero per quanto possa studiarla non può arrivare alla stessa facilità con cui l’italiano riesce a modulare la vocalità e l’inflessione, per arrivare a tanto bisogna riuscire a ‘sognare’ in italiano. Altro nostro punto di forza sono gli artigiani del teatro, agli scenografi, costumisti, vantiamo una tradizione di scenografia ininterrotta dal periodo barocco.
Noi italiani dobbiamo imparare l’efficienza e la gestione aziendale della macchina teatrale che deve essere trattata come un’impresa e che deve produrre ricchezza. All’estero i teatri sono sfruttati con assiduità durante tutto l’anno, esistono strutture più capienti, a un più alto numero di produzioni corrisponde una progettualità a più a lungo termine con un maggior numero di recite. C’è una diversa mentalità perfino nelle sponsorizzazioni, gli amministratori dei grandi enti teatrali hanno percentuali sulle somme offerte dagli sponsor che trovano, mentre noi dipendiamo troppo dai finanziamenti pubblici. Occorre una riforma seria, tutti devono rinunciare a qualcosa e accantonare il particolarismo locale per consentire una riorganizzazione degli enti lirici con criteri di questo tipo.
Molti giovani si accostano ancora allo studio del canto lirico. Cosa sente di dire a chi ambisce a divenire un cantante lirico? Come può valutare le proprie capacità?
P.M. Bisogna avere umiltà, non falsa modestia, bisogna raggiungere la convinzione di avere un’abilità speciale, amare quello che si fa ma pensare che quasi sicuramente non sarà il proprio lavoro. Sono una persona che non accetta rimpianti, quindi ti dico se vuoi fare una cosa, falla fino infondo, ma allo stesso tempo impara a darti delle scadenze e a riconoscere i limiti, ad accettarti come sei. Le aspirazioni artistiche troppo spesso possono portare a forti frustrazioni e a destabilizzare una vita.
Per quello che mi riguarda ho sempre cantato per me stessa, da adolescente sapevo che avrei fatto qualcosa di artistico, ma non aspiravo a fare la cantante. Terminato il liceo artistico il mio preside mi mandò a lavorare in ambito scenotecnico nel teatro di Cagliari. Il direttore del teatro, Nino Buonavolontà, seppe che prendevo lezioni di canto e mi volle sentire. Mi trovavo insignificante, ero timidissima, pensavo a un lavoro teatrale dietro la scena magari come costumista e solo il fatto che lui avesse scoperto la mia passione per il canto mi aveva quasi infastidito. Dopo avermi ascoltata mi pagò l’iscrizione al conservatorio. Nessuno è senza talento, ma occorre scoprire in quale settore, in quale attività uno ha effettivamente un talento. Ti dà soddisfazione una cosa e la fai con più facilità e meglio degli altri? Buttatici a capo fitto!
C’è un personaggio dell’opera lirica che non ha ancora affrontato che desidererebbe interpretare in futuro?
P.M. Tanti! Il desiderio di confrontarmi con tanti altri personaggi mi proteggerà a lungo dalla noia. L’interpretazione di un personaggio è un'esperienza irripetibile, il personaggio diventa la tua creatura, e quello che è veramente tuo è tuo per sempre. Ora viene Manon Lascout ma poi penso a Donizetti e Rossini e a ruoli dinamici che mi consentano di praticare agilità vocale. Amo alla follia la Traviata che non ho mai cantato, il sogno di interpretarla un giorno rimane.
Nata a Cagliari, inizia giovanissima la carriera da cantante lirica, debutta proprio al Giglio di Lucca, teatro che le ha poi consentito di passare alla Scala per "Macbeth". È tra le artiste più richieste al mondo.
Tra i precipizi di Lucrezia Borgia la mia voce esprime la sua forza
L'artista cagliaritana domani sera alla prima dell'opera di Donizzetti al Verdi: «Un'emozione cantare davanti a un pubblico che ha la mia stessa radice»
di Roberta Pietrasanta
Si alza il sipario per Lucrezia Borgia. È la prima volta che il teatro Verdi di Sassari può ammirarne l'opera lirica. L'occasione arniva per i 210 anni dalla nascita del cornpositore. Ma il capolavoro di Gaetano Donizetti all'inaugurazione della stagione organizzata daIl'Ente Concerti Marialisa de Carolis, qui diretto da Bruno Cinquegrani con la regia di Francesco Bellotto, ha un'interprete che Sassan già conosce e ama. Ieri le prove generali, domani la prima ufficiale (in replica il 7 e il 9) e a lei, Paoletta Marrocu, non resta che fare un bel respiro ed entrare in scena, perché tanto «l'adrenalina, quella arniverà puntuale». Vive fra Venezia, Zunigo e il resto del mondo e con vivacità confessa: «Paoletta è il nome che mi diede mio padre perché alla nasscita mi trovò magrolina. E io non ho voluto nomi d'arte>. Un anno fa esordì proprio sul palco della prestigiosa stagione lirica sassarese ne La ciemenza di Tito come Vitellia: fu un successo. Quest'anno ancora una volta una primizia.
Che sapore ha tornare in Sardegna dopo un anno in giro per i teatri lirici internazionali?
È tornare a casa, fare quaieosa per la tua gente. E un'emozione particolare.
Prima del 2006 erano dieci anni che non cantava nell'Isola.
C'è stato un esordio cagliaritano nel '95 e poi un'interruzione dei rapporti. Si tratta di una questione di calendari. E un po' un leit motiv per i sardi. È stato cosi per Giusy Devinu o per Gazzale. È un misto di casualità e di coincidenze. Un peccato: è un piacere, esibirsi davanti a persone che hanno la tua stessa radice.
Com'è arrivata a Lucrezia?
L'ho sempre voluta cantare e normalmente sono conosciuta per un altro genere di repertorio, più spinto. Ma non ci si deve confinare in un repertorio circoscritto. E la mia voce è molto adatta.
È un'interpretazione che le dato difficoItà?
È un ruolo stimolante. Il cattivo è sempre più interessante del buono. Ha più sfaccettature. Occorre costruire una psicologia del personaggio. Bisogna risaiire all'infanzia per capire meglio. E il passato di Luerezia è tremendo. Ha vissuto degli incesti, ha una vita sentimentale turbata. Schiacciata fra ii mondo maschile e i vari poteri dei tempo, deve tirare fuori una vioienza inaudita. Ed è incapace di perdonare. È una persona irrisolta e ciò la porta a un precipizio.
Le è capitato di rifiutare I'esecuzione di qualche ruolo?
Si. Per esempio nel repertorio tedesco. Alcnni ruoli sono troppo lontani dalla mia visione della vocalità che intendo come espressione dell'individuo.
Paoletta torna a casa grazie alla Clemenza di Tito
Dieci anni di assenza e domani il debutto
«Un regalo per me e per chi mi vuole bene»
Galeotto fu Monteverdi e la sua Poppea incoronata. «Ricordo ancora l'emozione. Io sul palco, lui sul palco. E tutt'intorno la magia della Scala di Milano. Come all'improvviso, una voce, e fu subito amore». Voce possente, da basso. Quella di Antonio De Gobbi, lo scorso anno magistrale Dulcamara al Verdi di Sassari. Che con il solo elisir della voce da 12 anni accompagna, sulle scene del teatro e della vita, una delle migliori artiste italiane nel mondo: il soprano sardo Paoletta Marrocu.
Quindici anni di carriera, oltre 200 rappresentazioni, 61 ruoli - dì scena; decine di registrazioni audio e video, un repertorio che spazia dal barocco a Mozart da Verdi a Puccini, dal Verismo al moderno, e un consenso di pubblico e critica sempre crescente che ne fanno una delle più fèlici realtà della scena lirica internazionale. Con un'agenda fitta di appuntamenti, fino al 2011; i prossimi mesi di novembre e dicembre a Vienna con Nabucco e Tosca, a febbraio, a Shangai con Turandot, a marzo e aprile a San Diego con Macbeth, e poi Washington, Amburgo, San Francisco e Barcellona. Ma prima, domani alle 20,45 al teatro Verdi di Sassari, con la La clemenza di Tito di Mozart, nelle vestì di Vìtellia (e al suo fianco, Antonio DeGobbi nel ruolo di Publio). Un'opera che segna il ritorno del soprano in Sardegna; dopo 10 anni di assenza. «Un ritorno fortemente voluto», dice. E aggiunge: «Un regalo per me e per chi mi vuole bene». E un garbato sorriso ne increspa le sottili labbra. Sorriso di donna, sorriso di moglie, sorriso di mamma.
Sorriso che si fa riso, nel racconto. Magia che si fa nostalgia, nel ricordo. Di una giovane cantante formatasi al conservatorio musicale di Cagliari alla scuola di Lucia Cappellino, prima di perfezionarsi alla corte di Renata Scotto. E prima di traghettare oltremare e4 oltralpe sogni di amore, per la vita e per l’arte “Artist for Peace”, l’ha incoronata l’Unesco di Parigi, cantante di fama mondiale l’ha consacrata la critica specializzata, nuovo alfiere del canto all’italiana l’ha eletta il pubblico europeo. E lei. temperamento e intelligenza, che fa? Ringrazia e sorride. E aggiunge: «II melodramma è -teatro il teatro è arte, l'arte è emozione: passione divisa e sensibilità condivisa». Ed ancora: -Qualità vocale e abilità attoriale vanno a braccetto». Perché. continua, «il teatro è comunicazione, azione partecipata con il pubblico, con le sue reazioni immeditate, più che con il suo giudizio mediato». Ed è voce che si proietta nel teatro quella di Paoletta. Voce di attrice, voce di cantante. Con un timbro, un colore e una freschezza di immagini tale da riuscire a conferire ai personaggi del suo vasto repertorio.(«Sessantuno? Non lì avevo, mai contati», ammette) una ricchezza di sfumature, accenti ed espressioni, unica e irripetibile. «L'artista non può ambire al nuovo quanto al rinnovo della propria arte», dice lei, che fa teatro di comunicazione con il pubblico ed anche con i partner di scena e fuori scena .
Ad affiancarla domani (e domenica 15) sotto le luci del proscenio del teatro Verdi, un cast tutto italiano.Un parterre d’eccezione diretto dalla bacchetta di Eric Hull, per la regia di Marco Spada e formato da Antonio De Gobbi, Francesca Provvisionato, Alessandro Liberatore, Marina De Liso, Sandra Pastrana. E con Paoletta Marrocu a far da attesa ospite, oltre che padrona di casa, di quel Verdi di Sassari che la vide dieci anni fa, nel 1996, applaudita interprete di Carmen di Bizet.
Versatilità artistica ed eccletticità stilistica sentenzia di lei la critica. «Una caratteristica più che una qualità » risponde lei. Attenzione profonda al personaggio oltre che alla partitura decreta di lei la critica. «Una necessità più che una peculiarità», risponde lei. Perché, soggiunge, «il personaggio non si crea a tavolino: va pensato prima ancora che interpretato, sentito prima che voluto. Va accolto insomma in maniera naturale, spontanea. A dirlo è la storia, la letteratura musicale. Mozart componeva le sue opere in venti giorni? Venti giorni allora sono sufficienti per vestire un personaggio». Perché l'arte è emozione. Lo dice, lo ripete, con inflessione dolce, modo pacato. E con quel riso che si fa sorriso. Sorriso di donna, sorriso di moglie, sorriso di mamma. Che dall'isola ha traghettato sogni di amori per la vita e per l'arte, scordandone però uno nel cassetto: far ritorno a Cagliari al Lirico. Con Antonio, con il suo pubblico, nella sua terra.
Corrado Piana, 12/10/2006
Paoletta Marrocu - Turandot
soprano
Un debutto recente, Turandot a Zurigo. Un repertorio vastissimo che spazia dal barocco a Mozart, da Verdi a Puccini e al verismo fino a composizioni moderne, tutto in appena 15 anni di carriera. Enorme versatilità, attenzione profonda sia all'nterpretazione del personaggio che della partitura, sono alcune delle caratteristiche principali del soprano sardo. Ma cosa ci dice l'artista riguardo alla sua dimestichezza con ruoli molto diversi tra loro, alcuni dei quali certamente difficili e pericolosi?
In che senso pericoloso, è tutto pericoloso nella vita, lo stesso vivere è pericoloso. Nel momento in cui si sale su un palcoscenico (e a prescindere dalla lunghezza del ruolo che si canta) si è sottoposti al giudizio del pubblico, sera dopo sera (come gli acrobati del circo quando si esibiscono senza rete) ci mettiamo in gioco e rischiamo tutto. Un ruolo, qualunque esso sia, va fatto con la massima serietà e con la massima onestà, ed è quello che ho sempre cercato di fare sin dall'nizio dei miei studi canori.
Se perdessi l'onestà nel canto penso che cambierei lavoro. È come nei rapporti sentimentali, una questione di rispetto e sincero amore tra me e il pubblico. Credo che siano considerazioni di base fondamentali, ovviamente quando si affronta un ruolo nuovo lo si sceglie in base non soltanto al proprio gusto, al proprio piacere estetico, ma anche e forse soprattutto in base alle proprie caratteristiche vocali e di temperamento. Diciamo che le scelte di un cantante sono in parte obbligate dalla sua vocalità, in parte dal mercato. Sicuramente si sarà notato in questi anni un cambio nel modo di affrontare il repertorio. Un tempo si identificavano con un certo tipo di repertorio delle voci particolarmente voluminose, magari aggressive, con determinate caratteristiche. Oggi come oggi il repertorio si sta in generale un po' alleggerendo e quindi a volte ci si trova ad affrontare ruoli che, se fossimo state cantanti di cinquant'anni fa, non avremmo interpretato, proprio perché il mercato si volgeva a vocalità diverse. Il repertorio è stato dunque rivisto. Un po' rimpiango di non essere stata una cantante di cinquant'anni fa. La sfida comunque è un elemento adrenalinizzante, è scatenante del fatto artistico, in qualche maniera lo stimola. Trovarsi a gareggiare, tra virgolette, perché poi di una gara non si tratta assolutamente, con vocalità particolarmente brillanti come erano quelle della cosiddetta età dell'oro, beh sarebbe stato interessante. Anche se oggi non penso ci sia assolutamente carenza di voci. Forse mai come oggi c'è stata una scelta tanto ampia di cantanti e trovo semmai che la tecnica si sia adeguata a quello che è il gusto del momento.
Come ha deciso di compiere questo salto nel ruolo di Turandot?
Faccio una premessa. Tutti i ruoli che canto maggiormente, quelli degli ultimi anni, sono ruoli che non avrei voluto cantare troppo assiduamente. Diciamo che la grande insistenza dei teatri, le lunghe riflessioni, mi hanno portato ad accettarne alcuni con i quali poi ho riscosso grande successo. È stato così per Turandot, ma lo è stato anche per Macbeth, per Nabucco. Se dipendesse solo da me mi rivolgerei effettivamente con maggior frequenza a ruoli più lirici, ma per una precisa ragione: il ruolo lirico si canta più rilassati, si canta diciamo con un margine di capitale vocale inferiore, ci si può concedere di cantare con più leggerezza e in un certo senso avere anche una minore responsabilità. Altri ruoli invece richiedono di cantare sempre al limite di tutto ciò che si possiede. Quindi è sempre fortemente rischioso affrontarli. Frequentarli assiduamente è rischioso, perché si tratta di ruoli limite e che bisogna sempre affrontare con grande prudenza e ogni volta ricalibrare tutta la propria voce.
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Che tipo di vocalità richiede un personaggio come quello della principessa cinese? Quello che dicevo prima vale anche per Turandot, che secondo me non è un ruolo del tutto pucciniano, essendo stato fatto a quattro mani. Cominciato dal Maestro Puccini e completato dal Maestro Alfano, presenta ovviamente una vocalità discontinua e a tratti ostica. Peraltro, nonostante si richieda una vocalità spinta e di potenza, la partitura è estremamente acuta e ci vorrebbe quasi un soprano più versato alla zona estrema del pentagramma che non un lirico-spinto. Mi sono persuasa alla fine ad interpretare questo ruolo perché si trattava di una nuova produzione con un regista che a me piace molto, che è Giancarlo del Monaco, perché è un profondo conoscitore dell'opera lirica e la ama. Dunque il piacere di debuttare questo ruolo con una persona così esperta del repertorio e tra l'altro la volontà di creare un personaggio un po' diverso da quello che io più o meno avevo visto interpretare da colleghe anche illustri, ma che non mi faceva amare il personaggio di Turandot, mi hanno convinta ad accettare. Sostanzialmente l'avevo sempre vista un po' come una specie di Walkiria furibonda che non come una fanciulla che rifugge il matrimonio. Quindi volevo cercare di ridare a Turandot quella dimensione di creatura adolescenziale con tutta una problematica psicologica legata alla sessualità e conferirle dunque una vocalità più consona alla giovinezza di questo ruolo rendendola più credibile per il pubblico, per cui devo sottolineare per coloro che non avessero riscontrato in questo caso nel mio canto la abituale veemenza che si è trattato di una mia deliberata scelta artistica per altro pienamente condivisa dal direttore d'orchestra il M° Gilbert. |
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Magnificamente. José oltre ad essere un grande cantante è un eccellente collega. Ama come me la teatralità dell'opera ed è una persona che si dà molto sulla scena, quindi è stato veramente come creare una coppia vera, dal punto di vista teatrale. Cito una cosa che lui mi disse e che trovai buffa "è la prima volta che cantando 'i seni tuoi di giglio già treman sul mio petto' stò effettivamente sul petto della cantante." Essendo le soprano che cantano il ruolo di Turandot di calibro maggiore del mio, dal punto di vista fisico, capita insomma di cantare molto distanti!!! Nel nostro caso il duetto d'amore per esempio è stato un vero duetto di contatto fisico ed è stato un giovamento per lo spettacolo. |
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Globalmente, parto dall'insieme, sia del testo in quanto musica sia del testo in quanto parola. Cerco di trovare la statura psicologica e vocale del personaggio, creo una personalità che sia verosimile e compatibile con il temperamento e l'età anagrafica del ruolo, naturalmente nel rispetto stilistico proprio dell'epoca in cui l'opera è stata scritta. A volte bisogna ingentilire quelli che magari sono i punti deboli che inevitabilmente si trovano e mettere invece in evidenza quelle che sono le caratteristiche migliori da un punto di vista drammatico e/o musicale. Metto al servizio del ruolo tutta me stessa, come una medium presto la mia voce e il mio corpo al personaggio. |
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Certo che mi mancano. Il pubblico italiano sarebbe il pubblico al quale io stessa appartenevo prima di fare la cantante. E quindi sì, mi manca molto. È pur vero però che il teatro d'opera in Italia non sta vivendo un momento facile. La mia ridotta presenza in patria è legata non a una disconoscenza dei teatri italiani nei miei confronti, ma piuttosto al fatto che quando arrivano le richieste dall'Italia mi trovo già con il calendario completo. È piuttosto una casualità, diciamo. Comunque ci sarà presto un impegno in Italia, in Sardegna, per un debutto in un ruolo mozartiano a cui tengo moltissimo, sarò "Vitellia" nella Clemenza di Tito. È un personaggio che corteggio da tempo e ritengo che sia, tra i ruoli mozartiani, uno dei più affascinanti. |
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Non veramente. Ho notato un certo cambiamento durante la gravidanza, legato naturalmente ad un fatto ormonale. Dopodiché quando tutto ritorna come prima, la voce più o meno rimane come era prima, forse si irrobustisce un po' più il centro, ma per il resto non ho trovato differenze. |
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Paoletta Marrocu ne "L'amore dei tre re"
soprano
Si sta avvicinando una data importante per l'eccezionale giovane artista: 10 anni di carriera che si è rivelata di prestigio e ora in grande ascesa nei teatri mondiali.
Artista versatile di importante vocalità e temperamento scenico, sa tratteggiare e plasmare i diversi, difficili personaggi delle opere del suo vasto repertorio, soprattutto verdiano, da cui trae grandi soddisfazioni e meriti, dal pubblico alla critica, che più delle volte la definisce la "rivelazione" dei giorni nostri, avendo anche dalla sua un invidiabile "fisique du rôle" che ne completa l'insieme.
Ha recentemente inaugurato il "Verdi Festival" al Regio di Parma, con l'Alzira verdiana, opera di non poche difficoltà, interpretata in maniera ineccepibile. Sempre quest'anno è stata alla Monnaie di Bruxelles in Cavalleria rusticana, in una nuova, apprezzatissima edizione. Interessante è stato anche il suo debutto a Tolone nel repertorio mozartiano, in Don Giovanni, nel ruolo di Donna Elvira. A conclusione di questo anno che l'ha vista debuttare felicemente in due opere, ed impegnata in diverse, nuove produzioni, è stata a Tokyo in Don Carlo, con Renato Bruson e Roberto Scandiuzzi, allestimento di Luchino Visconti e regia di Alberto Fassini, splendidi i costumi originali. E prima, ne Il tabarro e Suor Angelica all'Opera di Nizza, in una nuova produzione curata da Giancarlo Del Monaco. Macbeth al Teatro alla Scala in autunno, con la direzione di Riccardo Muti, e sempre in questo titolo in una nuova produzione a Zurigo di cui è in uscita un CD e un DVD per la Art Hause. L'opera è stata divulgata in tutto il mondo via Sat 3.
È stata a Basilea, per le celebrazioni verdiane, nella Messa di Requiem, data in forma scenica, che sarà ripresa con la regia di Andreas Homochi.
Due importanti opere si sono aggiunte al suo repertorio: Andrea Chènier, interpretato al Carlo Felice di Genova e Macbeth, debuttato a Tokyo.
In questo difficile ruolo, a lei alquanto congeniale, ha partecipato a tre diverse produzioni, che hanno destato l'interesse dei maggiori teatri mondiali, che subito l'hanno impegnata.
Altra interpretazione esemplare, quella da lei data a Zurigo ne L'amore dei tre re.
R.D
Paoletta Marrocu si racconta e ci racconta un po' della sua proficua vita d'artista
"Se senti la scintilla falla divampare"
Pagina a cura di Lanfranco Visconti
CAGLIARI - Approfittando di un breve momento di pausa di Paoletta Marrocu dai numerosi impegni internazionali e del suo momentaneo rientro da Vienna dove allo Staatsoper ha riscosso un trionfale e meritato successo quale protagonista in recite di Tosca e Fedora (in quest'ultima opera a fianco di un'artista eccezionale, quale Placido Domingo), ho avuto il piacere di avvicinare per un'intervista al nostro periodico, la conterranea giovane soprano, la quale sta davvero attraversando un momento magico della sua già luminosa carriera artistica. Lei, con molta gentilezza e con la disponibilità del suo gioviale carattere, acconsente ad accolgiermi e a farsi ... interrogare.
Paoletta, raccontati brevemente partendo dagli inizi sino ad oggi.
Ho studiato al Conservatorio Pierluigi da Palestrina di Cagliari sotto la guida del soprano Lucia Cappellino e ho seguito corsi di perfezionamento con Renata Scotto; nel 1990, a studi non ancora ultimati, ho vinto diversi premi in occasione di concorsi lirici internazionali . Per quanto riguarda gli impegni artistici, faccio un elenco a memoria: agli inizi degli anni '90 ho debuttato in numerosi teatri lirici italiani La Wally (Lucca, Livorno, Jesi), poi al Teatro alla Scala ho cantato il ruolo di Ottavia ne L'incoronazione di Ppppea, diretta da Alberto Zedda, poi Ravenna con L'Orfeo; Cagliari, Palermo, Firenze per Santuzza in Cavalleria rusticana, ancora Firenze con Aida diretta da Zubin Metha; Regio di Parma con Un giorno di Regno; Pisa, Lucca e Livorno con Norma. Fra il 1999 e il 2000 ho affrontato il decollo internazionale in teatri prestigiosi: Comunale di Bologna, Ginevra (nella Cena delle Beffe e Tosca); l'Arena di Verona e Opernhaus di Zurigo in Tosca; Dresda con Messa da Requiem di Verdi e Nabucco al festival di Bergen; nel 2001 sempre Zurigo nell'Amore dei tre re; Tokyo con debutto in Macbeth; Staatsoper di Monaco, ancora con Tosca; Carlo Felice di Genova, debutto in Andrea Chénier; Staatoper di Amburgo, debutto in Ballo in Maschera; Staatsoper di Vienna, di nuovo in Tosca; Zurigo con una produzione di Macbeth; poi Suor Angelica e Tabarro all'Opera di Nizza, ancora Macbeth alla Scala con Leo Nucci, diretta da Muti e per la regia di Vick; Don Carlos (Elisabetta) con Bruson al National Theatre di Tokyo; Don GIovanni (Elvira) a Tolone, Alzira al Regio di Parma, Tosca a Oslo, ancora Nabucco a Zurigo; Carlo Felice di Genova con il debutto in Mimì ne La bohème; ripresa di Messa da Requiem a Basilea. Tosca a Monaco, Gran Gala di Nabucco a San Gallo, sino ad oggi praticamente, inframmezzato con bel debutto in Fedora a Vienna, con Domingo. Devo aggiungere altro?
No, basta così. La tua vocalità sopranile ha un timbro e colore particolare; in quale gamma di tale corda puoi classificarti: soprano lirico-spinto, lirico drammatico, o drammatico di agilità?
Se si usa bene la voce, in tutte e in nessuna; potrà sembrare una risposta strana, ma la voce è unica, trova i suoi spazi e la sua collocazione a prescindere dalla casella in cui la si vuole mettere; il compositore, infatti, chiunque sia, non ha scritto la musica per una categoria vocale specifica, bensì per il personaggio da interpretare, in cui si collocano tutte le esigenze espressive del ruolo.
Come ti prepari ad affrontare un personaggio?
Leggendo e studiando per bene lo spartito e col controllo accurato della tessitura in base al testo; se devo affrontare un nuovo ruolo cerco di procurarmi, naturalmente, più informazioni possibili, analizzo i testi e cerco soprattutto di prepararlo pensando di esserne la prima interprete. Con ciò non vorrei apparire presuntuosa; per me è una questione di umiltà, non di presunzione, bisogna avere la volontà di leggere ed assimilare sino in fondo lo spartito, capirne i segni, farsi un'idea personale del personaggio, portarlo in scena cercando di dire qualcosa di tuo, di nuovo, senza imitare questa o quella artista del passato remoto o recente e soprattutto essere capace di comunicarlo al pubblico che ti ascolta.
Il tuo repertorio è in graduale e continua e evoluzione; con la maturità vocale e con l'acquisizione di una tecnica sempre più agguerrita, sei ormai diventata una star del teatro lirico, tant'è che, assieme a poche altre colleghe, sei contesa da direttori artistici, direttori d'orchestra e registi quotatissimi. Pensi che con gli anni si evolverà ancora il tuo repertorio
Si evolverà sempre, naturalmente in modo graduale e ben ponderato da me e sapendo fare le giuste scelte, per quanto riguarda il repertorio; ritengo infatti che, con lo studio continuo, con la volontà di crescere e con l'umiltà di proporsi, non esista un limite alla musica e alla ricerca artistica.
Relativamente ai compositori spazi da Verdi a Puccini, da Mozart a Bellini, sino al verismo di Mascagni, Giordano, Cilea, Catalani, ma hai cantato anche i compositori contemporanei; quali di questi ti hanno maggiormente stimolata?
Ho frequentato volentieri la musica contemporanea agli inizi della mia carriera; sono stata infatti la prima interprete del Don Chisciotte di Robero Solci (un contemporaneo che stimo molto) nel 1994 al Ravenna Festival. Ultimamente, considerando i miei numerosi impegni, non ho avuto modo di interpretare musica contemporanea; attualmente apprezzo molto il maestro Tutino, che è davvero molto bravo.
Che ricordi hai della tua terra natìa e che consigli daresti ai giovani che si accingono ad accostarsi alla lirica?
Ho tanti bei ricordi della mia Sardegna: è la mia radice, è sempre molto vivo in me l'amore per le sue tradizioni, quelle vere ed autentiche, ma, essendo geograficamente un'isola, crea difficoltà di contatti con l'esterno e questo rappresenta un limite, specialmente per i giovani che vogliono iniziare questo nostro arduo mestiere, perché è difficile confrontarsi, proporsi; a loro vorrei consigliare soprattutto di studiare, essere disposti a fare sacrifici e credere fermamente e avere fiducia in loro stessi; vorrei ancora raccomandare questo: se ci si sente dentro la scintilla bisogna avere il coraggio e la forza interiore di farla assolutamente divampare. Se si ha talento , si ha il dovere di coltivarlo per se stessi e soprattutto per gli altri.
Ora una domanda che faccio spesso ai cantanti; si tratta delle regie tradizionali e quelle innovative perché è il tema di oggi, che accende tante discussioni e pareri contrastanti fra melomani e non solo. Qual è la tua opinione?
Sono una possibilista; ci possono essere produzioni belle e produzioni meno belle sia con regie tradzionali che innovative; l'importante è non stravolgere il libretto e non snaturare la musica.
Quali sono i tuoi impegni artistici più immediati e futuri?
Tanti. In novembre a Zurigo per Ballo in Maschera e Nabucco; inizierò il 2004 con un importante debutto, Minnie della Fanciulla del West di Puccini al Regio di Torino, che canterò subito dopo anche alla Deutsche Oper di Berlino ; ancora Zurigo per I Vespri siciliani, Leonora del Trovatore allo Staatsoper di Monaco e poi Don Carlos al Solothurn Festspiele; Maddalena dello Chénier all'Opera di Washington; Macbeth al Regio di Madrid e ancora Chénier allo Staatsoper di Vienna; nel 2005: Tosca a Monaco e Marsiglia, Il Corsaro a Genova, Amelia del Simon Boccanegra a Cagliari (finalmente...), Torvatore a Zurigo, Macbeth a Dresda e poi nel 2006 l'importante debutto nel ruolo del titolo in Turandot a Zurigo e una serie di recite di Manon Lescaut, Tosca e Don Carlos a Vienna.
La Marrocu, a questo punto, sorride intuendo un nostro pensiero: questo è proprio un carnet nutrito e di notevole impegno artistico, degno di un'autentica star del panorama lirico internazionale. Brava Paoletta.
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